Le Tre Ghinee di Virginia Woolf parte terza

Francesca Pavone
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L e tre ghinee di Virginia Woolf

Riassumo brevemente le prime due puntante dell’intenso saggio che stiamo esaminando, Virginia Woolf finge di rispondere a una fittizia lettera inviata da un avvocato tesoriere di un’associazione antifascista che le pone questa domanda: “Cosa, secondo Lei, si deve fare per prevenire la guerra?” Prima di rispondere a questa missiva, la scrittrice vaglierà le richieste di denaro di altre due tesoriere, che si prefiggono scopi strettamente connessi alla richiesta dell’avvocato e assegnerà a entrambe il contributo richiesto. La prima ghinea è donata alla tesoriera che ristrutturerà un college femminile, per garantire la libertà di cultura; la seconda ghinea è assegnata alla tesoreria che si impegnerà a incentivare l’accesso delle donne alle libere professioni, per svincolarle dalla dipendenza economica maschile e assicurarne la libertà di pensiero.

Tre (terza ghinea)

Ed eccoci alla sua lettera. Scrive Virginia Woolf iniziando l’ultima parte della sua lunga e scrupolosa disamina. L’avvocato propone alla scrittrice di firmare un manifesto chiedendo alle donne di concorrere a “difendere la libertà di cultura e di pensiero”, di entrare a far parte dell’associazione che si impegnerà a salvaguardare la pace e, infine, di sostenere l’associazione inviando un contributo in denaro. Sulla libertà di cultura e di pensiero Virginia Woolf apre una lunga parentesi esasperando quasi i concetti esposti nelle parti precedenti, scalando fino a raggiungere la cima di quella montagna di biografie, di notizie, di dati e di numeri e, dall’apice di quelle informazioni, asserisce che le donne si sono sempre impegnate, hanno sempre contribuito alla diffusione della cultura e dell’istruzione. Nel nome di una legge inconcepibile, è stato imposto alle figlie degli uomini colti di sacrificare la parte di patrimonio che spettava loro di diritto, utilizzandolo per l’istituzione di quelle università nelle quali, tutt’ora, a loro l’ingresso era precluso.
Quindi assegnando la ghinea per la ristrutturazione del college femminile e ponendo le condizioni viste nella prima parte di questo spunto di lettura a puntate, possiamo affermare che le donne si stavano già impegnando nella diffusione e nel sostegno della cultura. La libertà di pensiero, strettamente correlata all’indipendenza economica, era già stata sostenuta con la ghinea assegnata per facilitare l’accesso delle donne alle libere professioni. La possibilità di esercitare la libera professione poteva garantire la libertà assoluta di pensiero? No.

Esaminiamo, ad esempio, una professione da tempo esercitata dalle figlie degli uomini colti: Scrivere. Chi decideva quali romanzi erano meritevoli di divulgazione, quali articoli pubblicare sui giornali? Chi stabiliva la notizia da proporre e quella da seppellire, interrare come se quel fatto non fosse mai avvenuto? Non erano forse i famigerati consigli di amministrazione a imporre le proprie direttive? E queste direttive non si basavano forse su opinioni personali, credi religiosi e fedi politiche? Le scrittrici e gli scrittori erano liberi di diffondere il loro pensiero senza cedere ai dettami dei loro capi? No. Dunque? Era necessario scrivere e accontentarsi di una comunicazione diversa e, “saper estinguere le luci volgari della pubblicità e della notorietà non soltanto perché tali luci sono di solito manovrate da mani incompetenti, ma per l’effetto che esse esercitano su coloro che ne sono illuminati.”
E allora cosa avrebbero dovuto fare le donne? Nulla. Ignorare e restare indifferenti per estinguere l’ardore virile che si alimentava di fama, premi, medaglie e guerra. Non dovevano entrare in gioco, ma rimanerne fuori continuando a impegnare la loro opera nella Società delle Estranee.

Chi erano le estranee?

Erano le figlie degli uomini colti che smorzavano il rossore eccitato delle gote dei fratelli quando invocavano il conflitto per un ingannevole concetto di libertà. Le estranee non incoraggiavano, non incitavano ma giravano la testa e non partecipano. Sparivano e con la loro assenza mutavano la situazione. Per chi ha piacere di immergersi nell’attualità di questo saggio, cito l’importanza attribuita da Virginia Woolf al ruolo di madre (e moglie) e come questa figura basilare per una società debba in qualche modo essere riconosciuta, sempre per garantire quella libertà di pensiero e azione che la dipendenza economica schiacciava. Non mi dilungo, ma se pensiamo alla data della sua stesura si trattava di un discorso all’avanguardia che andava a sradicare le fondamenta della società patriarcale, di cui, la splendida Virginia Woolf individuava il vero male: “la fissazione infantile”, il dover dominare per temere di perdere il potere di controllo. Sottomettere per non lasciare andare, ma è libertà e non la costrizione a rendere genuini i rapporti, che si tratti di un rapporto genitoriale, figlia e padre, o di un rapporto coniugale. La scrittrice contribuiva con l’ultima ghinea ai fini nobili che l’associazione si poneva, senza firmare il modulo di adesione. Le Estranee non entravano nelle associazioni, nelle istituzioni, nei partiti. Il loro ruolo era esterno, nuovo con basi antiche, non partecipavano e non alimentavano, ma si impegnavano a solidificare la secolare società delle Estranee.

Un ultimo appunto, data l’importanza e la sensibilità che dovremmo avere nell’uso delle parole, Virginia Woolf pone un’ultima richiesta che l’infetta parola Femminista venisse depennata dal dizionario, che non si leggesse più la sua definizione assieme alle parole dittatore, duce e tiranno. Eliminando la loro esistenza fisica con la distruzione del loro significato.